Audioracconto L’IMPOSSIBILE di Emilia Pardo Bazán
Un bocconcino di realismo crudo e brillante! In pochissime pagine, Emilia Pardo Bazán ci regala uno scontro generazionale spietato e attualissimo. Da una parte abbiamo Don Máximo, un vecchio ricco, cinico e bloccato su una sedia a rotelle; dall’altra Javier, il nipote giovane, idealista e medico pieno di sogni. Il dialogo è al vetriolo: la scienza si scontra con l’egoismo puro, e il finale ti lascia quel retrogusto amaro tipico dei grandi classici. Si legge in cinque minuti, ma ti fa riflettere parecchio sui compromessi che facciamo per il nostro futuro. Da recuperare assolutamente!
Descrizione
Tra ambizione e compromesso: la trappola di “L’impossibile”
Quanto siamo disposti a barattare della nostra vocazione in cambio della sicurezza economica? È questa la domanda scomoda che Emilia Pardo Bazán ci sbatte in faccia con L’impossibile, un racconto breve ma affilato come un bisturi.
La trama sembra quasi la scena di una commedia teatrale, ma dai toni decisamente più cupi e realistici. Il giovane Javier torna dall’estero con la testa piena di sogni, idealismo e la voglia irrefrenabile di studiare la nuova medicina europea. Per farlo, però, ha bisogno dell’aiuto economico dello zio, Don Máximo, un vecchio dispotico, avaro e costretto su una sedia a rotelle per via di ossa ormai fragilissime.
Ciò che rende questo racconto fantastico è il contrasto tra i due personaggi:
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Don Máximo: È il ritratto dell’egoismo umano nella sua forma più pura. Un uomo che ha vissuto sregolatamente e che ora prega i santi solo quando sbraita per il dolore. Non gliene frega nulla dei progressi della scienza o dei sogni del nipote; vuole solo qualcuno che gli faccia da badante e mantenga il nome di famiglia.
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Javier: Rappresenta il progresso, la timidezza di chi studia, ma anche la fragilità di chi non ha mezzi propri.
Il momento clou del racconto arriva quando lo zio propone un patto quasi faustiano: “Aggiustami le gambe e ti pago qualsiasi viaggio”. La diagnosi di Javier è spietata quanto la realtà: la scienza ha dei limiti, e la biologia non perdona i danni di una vita sregolata. Non c’è cura. E qui sta la vera tragedia del racconto. Di fronte all’impotenza della scienza nel compiere il “miracolo” richiesto dallo zio, Javier si arrende. La resa del ragazzo è quasi dolorosa da leggere, accompagnata da quelle lacrime di rabbia che annebbiano le sue lenti da miope.
La Pardo Bazán scrive con una maestria incredibile, usando dialoghi incalzanti e una caratterizzazione dei personaggi fulminea. Il finale non è solo una sconfitta, ma un compromesso cinico: Javier accetta di restare, ma con il pensiero già rivolto all’eredità futura.
Un racconto moderno, brillante e senza peli sulla lingua che ci ricorda come, purtroppo, a volte le catene dorate siano le più difficili da spezzare. Consigliatissimo se amate le storie brevi ma capaci di lasciare il segno!
Leggere online:
L’impossibile di Emilia Pardo Bazán
— Dì a quel testa calda di entrare… Tale fu l’ordine di don Máximo de la Olmeda quando gli annunciarono il nipote, che tornava dal viaggio all’estero e veniva a porgergli i suoi rispetti, secondo una lettera ricevuta la vigilia. Don Máximo era seduto sull’eterna sedia a rotelle, sulla quale un servo lo spingeva per tutte le stanze della vasta dimora. Perché bisogna sapere che don Máximo aveva entrambe le gambe spezzate, e non si era trovato il modo di saldarle, poiché le ossa del vecchio signore erano ormai come canne secche, al punto che la frattura era avvenuta senza essere preceduta da una caduta; semplicemente nel muovere un passo. Non si era potuto far altro che sostenerle con una fasciatura, e così, inchiodato alla sua poltrona, trascorreva i giorni a imprecare, a volte lanciando grida di dolore o vomitando atroci bestemmie, alternate a devote invocazioni a vari santi, alla Madonna del Carmine e al Cristo de la Olmeda, che è molto miracoloso. Autorizzato in forma così scorretta, entrò il nipote e si avvicinò al paziente, o meglio, all’impaziente, con sollecita e affettuosa espansione. — Ciao! Come va, zio Máximo? Come vanno quelle gambe? E com’è successo? Mi dispiace molto! Non può ancora camminare, muoversi? — Camminare! Sono quattro mesi che sto così, che mi venga un…! Dai, siediti lì, raccontami cosa hai fatto! Immagino che porterai novità… — Poca roba — dichiarò modestamente il ragazzo, chinando il capo e sistemandosi gli occhiali d’oro sul naso sottile, il che gli dava un maggior’aria di timidezza —. Sei mesi sono poco tempo anche solo per informarsi sui progressi scientifici. Si fa tanto progresso! Torno sbalordito da molte cose che ho visto o, per meglio dire, che ho solo intravisto. Ho bisogno di passare due anni, come minimo, fuori dalla Spagna, per essermi ben impregnato dei prodigi che si compiono ora. Davvero, zio Máximo, ci sono guarigioni portentose, rimedi nuovi e sconosciuti, che sembrano soprannaturali. Da un momento all’altro… Il signore de la Olmeda ascoltava con quell’aria di scherno e di dispotica volontà che gli era propria; perché, dai vent’anni, don Máximo aveva fatto tutto ciò che gli andava a genio, senza chiedersi se fosse possibile, senza badare se le cose fossero buone o cattive, lecite o vietate dalla legge morale o religiosa. Come tutti coloro che sperperano nei propri vizi, don Máximo era avaro per tutto il resto. Fin dal primo momento aveva compreso l’intenzione di suo nipote Javier, l’unico figlio del suo unico fratello, suo naturale erede; ma non voleva darlo a vedere, per tentare di eludere l’impegno di tirare fuori i quattrini. — Beh, che ti diano di nuovo una borsa di studio, balocco — rispose infine, fingendo, secondo il suo costume, di trattare Javier come un ragazzino. — Non me la daranno più, zio… Bisogna fare a turno, e siamo in molti a voler andare in giro a respirare aria europea. Per questo preferisco dirglielo chiaramente: da lei mi aspetto questo sacrificio, che le riconoscerò come se mi donasse la vita… — Eh? Che dici? — brontolò il vecchio, tirando fuori dalla tabacchiera una sigaretta e offrendola al nipote con aria protettiva. — Grazie, non fumo… Si tratta, zio Máximo, del fatto che, se devo arrivare a qualcosa in campo scientifico, devo passare due o tre anni all’estero. E per questo — aggiunse, ormai farsi coraggio, esigente, come succede ai timidi quando si decidono a lanciarsi — ho bisogno che lei si imponga un sacrificio per me. Quando dico sacrificio… Perché lei, zio Máximo, è ricco, non ha figli e sicuramente non subirà alcuna privazione pur dandomi il necessario per risiedere in Germania, in Svizzera e in Francia in questo periodo. Vivrò molto economicamente, senza spendere una peseta in nulla di superfluo. Le offro persino di più: quando comincerò a guadagnare dalla mia professione, le restituirò quello che considero un prestito e un anticipo. — Alto là, testa di rapa! — lo interruppe lo zio, che non poteva più fare il finto tonto —. Vediamo, vediamo, piano; occhio, bada che non sono stupido, anche se non sono un sapiente come vossitoria! Si può sapere cosa intende fare vossitoria con tutte quelle cose da approfondire in terre straniere? — Intendere? — rispose Javier, sorpreso —. Intendo padroneggiare la professione, tornare qui ben preparato, applicare quelle novità mirabili che compaiono a ogni momento… — Oh, oh; piano, intendiamoci, signorino! Che diamine di idea è questa di esercitare una professione, come se fossi un poveraccio? Proprio perché non ho figli, e spetterà a te, oggi o domani (a don Máximo non piaceva pronunciare «alla mia morte»), la casa de la Olmeda, per intero, che non è roba da poco, col cavolo che ti serve dedicarti a salire le scale e prendere il polso. Qui mi resta il signorino Javier, ad accudire suo zio, che ha bisogno di qualcuno che vegli sulla sua salute, e i servi sono dei buoni a nulla! Il signorino Javier mi si sposa, perché non si estingua il nome dei de la Olmeda, e la smette con le cose estere, e gli andrà alla grande, eh? Javier ascoltava, pallido e imbronciato, con una gravità di espressione che lo faceva sembrare dieci anni più vecchio di quello che era, poiché aveva appena compiuto la florida età di ventiquattro anni. — Zio, mi dispiace con tutto il cuore; ma è impossibile che io mi adegui a ciò che lei mi propone! Ho la mia vocazione e devo seguirla. Sposarmi, va bene; mi sposerò volentieri, quando tornerò dagli studi che devo fare. Ma ora, mi creda, non posso… — Fulmini! — sbuffò don Máximo, tentando, com’è naturale invano, di balzare dalla sedia, e brandendo un bastone inoffensivo, una canna d’India dei suoi tempi da conquistatore, che gli serviva per correggere i servi con leggere bastonate —. Non puoi, eh? Beh, neanch’io posso darti un quattrino. Eccoti servito! Si è mai visto, un pivello simile? — Zio…, guardi bene quello che fa… Mi spezza il futuro… È una crudeltà e, inoltre, essendo lei stato il primogenito della casata e mio padre un cadetto senza fortuna, è dovere di coscienza che lei mi protegga! — E lei, signorino, chi è per darmi lezioni? Le sembra poca protezione, che mi venga un accidente, offrirle di vivere con me, pagando tutte le sue spese e quelle della sua famiglia? Eh? Cos’altro vuole vossitoria, la pappa pronta? Ormai tremante d’indignazione, il ragazzo gridò: — Ma è proprio questo che non voglio; io voglio lavorare! Le ripeto che voglio vivere del mio lavoro e persino rendere più illustre il cognome de la Olmeda! — Più illustre un cognome come il nostro? Sì, come no! Sentiamo. Che diamine sono questi studi che devi fare chissà dove e che risultato daranno? Farai in modo che la gente viva cent’anni? Puoi restituirmi la giovinezza? Guarda, ti propongo un patto molto semplice, facilissimo. Fa’ in modo che queste maledette gambe si aggiustino, che io possa camminare come camminavo, e ti do i soldi per andare anche in Cina alla ricerca di specifici… Javier palpitò d’emozione. — Mi permette di esaminarle? Di fronte all’accondiscendenza del vecchio, sul cui volto asciutto e opaco brillò per un momento una chimerica speranza, Javier, inginocchiandosi, sciolse le bende e tastò, con cura infinita, la carne livida e molliccia, le ossa spezzate, riconoscendo le fratture, insaldabili. Mancava il midollo a tutta l’ossatura; gli eccessi, la vita sregolata, avevano prosciugato quell’organismo, riducendolo a un’esca, ma lasciando intatta la selvaggia volontà, le passioni mai domate, la collera, la sensualità, la gola, come a dimostrare che ciò che è male è ciò che non muore… Javier, scoraggiato, alzò la testa e mormorò, leale: — Non si può far nulla, zio. Non si salderanno. È tardi… Una cascata di parolacce, di insulti, di furiose imprecazioni rispose alla dichiarazione categorica. — Fulmini, saette, incidenti a tutta la Corte celeste!… E che diamine di scienza è codesta che vai a cercare all’estero, se non serve a far riavere le gambe a tuo zio? Javier rimase muto. Quella frase egoista trovava un’eco nel suo spirito. Mille volte, nel suo anelito d’ideale, i limiti della scienza, impotente di fronte all’opera distruttrice delle forze naturali e di fronte alle fatalità organiche, gli avevano causato accessi di sconforto… Era esatto ciò che diceva quel barbaro, era inconfutabile! Tutti i viaggi, il soggiorno nelle cliniche più famose, l’insegnamento dei maestri più gloriosi d’Europa, non sarebbero bastati a risolvere il problema che il vecchio si alzasse e camminasse, che il suo midollo riacquistasse il vigore dei primi anni… E, umiliato, con lacrime di rabbia e di dispetto negli occhi, un’umidità che annebbiava i suoi occhiali da studioso miope, dichiarò: — Bene, zio; resto con lei… Mi prenderò cura di lei!… Il suo pensiero, involontariamente, andava verso l’ipotesi del futuro. Un giorno o l’altro avrebbe potuto seguire la sua vocazione, liberamente, con tutte le facilità che dà il possedere una fortuna…
FINE

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